E’ da un po’ che ci penso… e ci ripenso.
E mi vado sempre più convincendo cheil videotango sta cambiando la percezione del tango. Il modo di fruirne. Di concepirlo. Di viverlo.
Forse esagero. Forse mi faccio condizionare (tra le varie cose) da un buffo tanguero che mentre balla con me, tutto fiero mi sussurra all’orecchio il numero di serie del passo appreso dal video… “questa è una segada che Pablo Varòn faceva in Lezioni di ballo… quest’altra figura alterata la fa la Geraldina nella lezione con Gaviè, questa è la controvolcada di Arcie …tranquilla bùttati bùttati ché ti piglio, questa è la rastrellata di Navèra… non temere, prenditi tutto il tempo che vuoi, ti difendo io con i gomiti”. Confesso che amo ballare con il buon S. ancheper queste perle esilaranti con cui sigla ogni passo delle nostre eccentriche tandas. Ed è persona gentile. Mi porta – sua sponte – i cd di tutti i video che si scarica da iùtùbbe per condividere con me (e con tanti altri tangheri) la sua passione agonistico-archiviaria per i passi.
Ma S. nel suo pittoresco eccesso è una delle tante declinazioni della videotangomania. E’ inevitabile che chi ama il tango e che (per diletto o necessità) sta spesso davanti a un pc con Internet (ovvero la maggior parte di noi) si faccia la sua dose più o meno quotidiana di teletango ed in particolare divideotango.
Perché negarlo… nulla di male. Ma il tempo videopassa ed ho la sensazione che la videopercezione del tango ci stia rendendo (chi più chi meno) sempre più spesso non più tangueri appassionati ma spettatori critici (guardoni esigenti!) che dalla performance tanguera si aspettano sempre qualcosa di unico, non ancora visto e rivisto in centinaia di altri video. Ma il tango mica si vede. Si ascolta. Anche quando lo si guarda, anzitutto lo si ascolta. Me lo devo ripetere, mentre passo il tempo con alcune amiche a chiacchierare di videotanghi, smontando il piernazo di Tizia celebre maestra o i saltelli di Caio popolarissimo ballerino. Una di questa videotangomaniache l'altro giorno mi manda il video di una sua maestra – magari brava- in cui io non trovo nulla di particolare e glielo dico “è brava, ottimo giro, ma non mi dice niente” ma poi per fortuna mi ascolto e mi ricordo di aggiungere “ non mi arriva, non mi emoziona” Per fortuna me lo ricordo.
Fino a una decina di anni fa era difficile reperire “materiali” sul tango. C'era poca robba in giro. Internet era ancora priva di tutto il bendiddio attuale (Ah! la musica!la musica...) e scarseggiava tutto. La maggior parte dei festival erano pionieri.
Il tango di pochi si faceva di più e si guardava di meno. L’esibizione , in particolare, era un raro evento esclusivamente live, spesso emozionantissimo. Una roba che lasciava noi neofiti senza fiato, tanto che, dopo la performance, la pista rimaneva vuota per molti minuti silenziosissimi senza che nessuno di noi normotàngheri osasse riprendere a ballare tale era il collettivo imbarazzato pudore di non voler intaccare (contaminare) con i nostri passi maldestri da neuroriabilitazione lo spazio fisico di quella tangante spettacolare magia.
Non voglio sembrare nostalgica, voglio solo capire le differenze se ci sono.
Mi pare che ci siano, io le avverto, qualcosa è cambiatonel modo che noi tangueros abbiamo oggi di “guardare” il tango ed in particolare le “esibizioni dei maestri”. Forse siamo passati dal rudimentale album di figurine da collezionare con paziente premura alla playstation che ci offre tanto e subito. Stimoli differenti.Forse la performance tanguera per essere appetibile deve essere competitiva con le altre, deve assimilarsi allo sport.
Forse ci piace guardare nel tango ilgesto tecnico.. come gurderemmo, chessò, il pattinaggio artistico… l’ha fatto il triplotolup? Gli è venuto il doppio Axel? A che punto è la caratura ? Il cingolo è allineato bene? Forse il diffuso bulimicovoyeurismo tanguero ha solo trovato più mezzi per espandersi e appagarsi. Forse tutta questa insaziabile “fame di esibizioni-live e video-esibizioni” (appagata e perpetuamente sfamata dagli organizzatori di tango)migliora in qualche modo il tango dal punto di vista tecnico e per questo male non può fare. Forsel’abbondanza di offerta di “tango da vedere” e da comparare educa con più rapidità i tangueri a trovare prima il tango che si va cercando. Forse.
Ma qualcosa non torna. Qualcosa si va perdendo in tutto questo guardare guardare guardare … o no?
Il tango milonguero, etimologicamente e prima d’ogni sorta di caratterizzazione stilistica, è quello che si vive in milonga. La milonga è un luogo aperto, sociale, dove si condivide, ci si confronta e si partecipa. Ogni tanghero balla col proprio partner, ma anche con le altre coppie in pista con cui si muove formando un tutt’uno organico e funzionale. Gli sguardi e i commenti delle persone ai tavoli avvolgono ed amalgamano i ballerini. Spogliare il tango milonguero di questa socialità significa negargli la sua stessa identità. Quando a spogliarlo sono poi quegli stessi tangheri che si professano cultori del “tango-milonguero” si giunge ad una triste semplificazione che riduce l’anima di un ballo sociale ad una mera e talvolta presunta abilità tecnica.
In molte milonghe, più spesso nelle città di grandi dimensioni, si respira un’aria seriosa, con molti ballerini dal cipiglio imbronciato e divisi, perfino nei posti a sedere, per gruppi di provenienza: quelli di un maestro nell’angolo destro della sala, quelli di un’altra scuola nell’angolo buio a sinistra, quelli di un terzo gruppo ai tavoli del lato lungo… attenzione a non incrociarsi con gli altri, uno perché noi siamo i migliori, due perché il “meticciato” squalifica, tre perché il tango è cosa seria e complessa! Talmente complessa che in molti non l’abbiamo ancora capita…
Non si capisce infatti perché i gruppi auto-referenziati, bravi per se stessi e sublimati nella loro alterigia, sentano la necessità di andare in milonga anziché vedersi, solo tra loro eletti, in luoghi separati. Così facendo, loro potrebbero bearsi e compiacersi l’un l’altro, mentre noi altri potremmo godere di milonghe più rilassate.
Come tanti altri appassionati di tango sociale, anche io ho sempre più spostato la mia vita sociale nelle milonghe, abbandonando molte delle precedenti abitudini e passioni, e mi piacerebbe trovarvi un ambiente più sereno. In fin dei conti, dopo una giornata di lavoro, in milonga ci si va (anche) per rilassarsi e per star bene tra e con la gente.
Sarebbe ragionevole aspettarsi da parte di tutti quelli che trascorrono gran parte della propria vita sociale in milonga una particolare predisposizione al confronto e all’interazione con gli altri. Per questo trovo totalmente paradossale che proprio taluni sedicenti cultori del tango milonguero restino arroccati intorno alla loro convinzione d’essere ballerini eletti e, per questo, sentano la necessità di esternare una loro superiorità: un tango tristemente milonguero!
Ovviamente ognuno è libero di restare impettito, guardando dall’alto in basso il resto del mondo, ma si dovrà pur riconoscere che due o tre gruppi di tangheri che si atteggiano in tal guisa, in una stessa milonga, rendono l’atmosfera un po’ pesante. Sarà che a BA ci sono anche situazioni d’elite (e credo che ormai ci sia di tutto e di più), ma dobbiamo importare proprio tutti gli usi e costumi argentini, anche quelli più stupidi, insieme al tango?
"Al evocarte, tango querido ,
siento que tiemblan las baldosas de un bailongo..."
Si sa, questo è un periodo di fiacca tanguera (e anche non tanguera).
E' un periodo di passaggio stagionale, di cambiamenti di abitudini.
Si sospendono le lezioni, chiudono le milonghe dell'inverno e ancora non è così delineato il tango che verrà, il tango che sarà. Soprattutto per i tanghi di provincia.
Una sorta di limbo affaticato avvolge un po' tutti tagueros nei corpi e nei pensieri, quasi non ci fosse più tango da tangare nelle milonghe accalcate e accaldate o desolantemente semivuote, come se le stanchezze arretrate dell'inverno (o del durissmo rush di resistenza lavorativa e nervosa prima delle ferie liberatorie) vincessero sulle blande voglie della primavera, come se la noia avesse preso il posto de la pasion...
Come se.
Certo lo que dico non vale mica per tutti, vale per quel che io sperimento di pissona pissonalmente, nel mio avamposto di provincia, in questo Maggio che sembra un autunno sciroccato e precipita gli umori e le emozioni verso una deriva astenica, verso un coma non vigile, pieno di paturnie o di accidie (anche) tanguere.
Ma, mi queridos, si tratta solo di approdare alla fine di Giugno. Di traghettarsi incolumi fin là, vivi e tanganti.
E, mentre anch'io mi traghetto fin là, mi tengo ben vispa (come direbbe un mio prezioso tanghèrrimo amico) ripetendomi l'invocazione di Discepolo "al evocarteee, tango queridooo ..."
invocazione che appartiene a tutti coloro che si trovano nel Tango e che all'evocare il tango si emozionano: per chi lo balla e per chi lo ascolta, per chi lo impara e per chi lo insegna, per chi lo suona o lo canta... il nostro tango è ancora e sempre querido.
P.S.
Tra i tanti chocli vaganti nel nostro cybermundo mi diverte mettere questo Choclo un po' fumettaro della mitica TitaMerello (così vi ci mi metto idealemente un po' tutti i tanganti queridos).
Ora mi piacerebbe che ognuno mettesse qui un choclo tutto suo
(quale che sia, va bene tutto, la perla bianca e quella nera), un tango querido da condiviere e da continuare a evocare, insieme.
hasta la milonga, siempre!
Non ho resistito. Quasi non ci volevo credere .... alla vedova col morto che ballano al ritmo supertrash dei Bajofondo. Davvero non c'è più (video)religione tanguera... hi hi hi ...
Uno stenta a riconoscerli. Eppure sono loro! Mitici. Insuperabili in tutto anche in autoironia trasharola!
E ora vediamo chi "li" indovina per primo, ma senza barare...
Il lavoro dei maestri di tango… è un lavoro interessante. Molto vicino a quello del fisioterapista. A volte anche dello psicoterapeuta.
In una lezione di tango c’è sempre (o almeno dovrebbe esserci) tutto un corpo da riabilitare al movimento, alla naturalezza di posture estranee, alla contezza di movenze a volte inconsuete e innaturali. Sì, là dove (e quando) s’impara il tango c’è tutto un corpo da educare alla dissociazione, alla consapevolezza di sé e dell'altro, all’ascolto non verbale, alla propriocezione dei modi, dei gesti, delle energie impiegate, necessarie, sottratte, superflue. Roba empatico-neurologica insomma.
Il lavoro dei maestri di tango (da non confondersi con quello molto più semplice e lieve dei “venditori di passi”) è un lavoro tendenzialmente faticoso, assai pratico, poco astratto.
Sì perché il maestro di tango il movimento non te lo spiega “solo” a parole, ma te lo agisce sul corpo, te lo spiega con il corpo, perché quello è il linguaggio che devi imparare. O almeno dovresti… o almeno dovrebbe.
Nel tango una cosa “detta”, spiegata solo “a parole” (magari detta una volta sola per tutte), non è mai una cosa imparata: e nemmeno una cosa “vista” (magari più e più volte) non è mai una cosa assimilata, dal corpo. Questo il maestro lo sa. E, se lo sa, insiste a dare esercizi, strumenti con i quali il corpo impara ad impararsi.
Eppure io credo che, almeno sulle cose più importanti, su quelle fondamentali, anche soltanto le parole servirebbero, magari ripetute ossessivamente come un mantra.
Ad esempio servirebbero a ribadire sempre quali sono le cose più importanti su cui concentrarsi quando si apprende il tango, le gerarchie di priorità nell’apprendimento e gli obbiettivi primari del tango: una corretta comunicazione attraverso l’abbraccio, e quindi la posturalità nell’abbraccio, e dunque la supremazia della marca (da segnalare e da ascoltare) sui passi (ultima cosa di tutte), l’intenzione chiara del movimento (la prima cosa) che parte dal busto (e non dalle braccia) ... e nàmyohòrènghenkiò… etici etici…
Tutta questa bella premessa zen (più o meno opinabile) la metto solo per limitare il mio attuale stato di fondametalismo talebano.
Lo confesso, Domenica all’ultima milonga, ho invocato a gran voce “ l’amputazione coatta del braccio sinistro di (quasi) tutti i tangueri maschi al disotto dei due tre anni di apprendistato” ( e a qualcuno anche aldisopra). Mi sono pure lasciata andare ad erinnici atti cannibalici similTison azzannando la spalla di un incauto ballerino che, nel tentativo "disperato" di arrestare un giro, alzò di colpo il suo braccio sinistro di Damocle (e il mio destro al seguito ) in alto sulle nostre teste, tipo freno a mano d'emergenza o maniglia del tram. L’ennesimo atto di autonomia terroristicadel braccio sinistro dell’uomo.
Insomma, cazzarola, vogliamo parlare del “braccio di ferro” che una poveretta, contro la sua stessa volontà, è costretta a ingaggiare sistematicamente con buona parte dei ballerini del suo habitat tanguero ad ogni milonga che dio manda in terra? Vogliamo fare pubblica denuncia di questa menomazione a cui nessun maestro di tango pone dovuto rimedio? Vogliamo mettere il dito su questa silenziosa piaga milonguera che molte tanguere di buona volontà conoscono e che infesta i nostri tanghi migliori dalle Alpi alle Piramidi?
Ecco, l’ho detto: io detesto il braccio sinistro del tanguero medio…
No, non mi giudicate, non sono severa. Vi assicuro che ho provato a farmelo amico, ma niente, nun gnaa fa, non vuole, lui preferisce essere mio nemico. E non c’è pazienza, parola buona, gesto significativo che tenga … il braccio sinistro dell’uomo è il parafulmine (inconscio) del suo stress danzereccio, è il luogo in cui tutta la frustrazione (del "passo" complicato che non viene) si raccoglie e, invece si scaricarsi altrove, si scaglia violentemente contro la ballerina malcapitata, come contro una capra espiatrice.
Il braccio sinistro del tanguero medio rivela la vera segreta rabbiosa idea che il tanguero ha della sudetta capra espiatrice e cioè quella di avere spesso a che fare con un "enorme detestabile peso morto da spostare", qualcosa di simile a un armadio quattrostagioni pieno di sassi o una betoniera in azione. E non ci si ragiona con questo convincimento, non ci sono esami di coscienza. Non ci sono esami, non c'è coscienza e non ci sono stati nemmeno maestri che abbiano detto e mostrato (o saputo dire e mostrare) le cose ben benino, con la dovuta insistenza, sul maledetto braccio sinistro.
Per onestà milonguera bisogna anche dire che, spesso (non sempre), al braccio sinistro omicida del tanguero masculo corrisponde il braccio sinistro altrettanto assassino della donna la quale (già provata dal bracciodiferro col sinistro del ballerino) con esso si appende al collo a peso morto o si aggancia al bicipite con tutta le sua forza con la ferrea intenzione di non scollarsi da lì, concependosi vedicativamente come un traino da rimorchio o un cappio con macigno appeso al collo del marcador.
Insomma si crea un circulo vicioso tra un braccio assassino e l’altro, un corto circuito nefasto che intacca tutto il tango, che spezza il naturale fluire dello stare comodi insieme l’uno nelle braccia dell’altra, un circulo che crea una tensione aggressiva nell’energia dell’abbraccio, spesso violenta, che invece di stemperarsi cresce, si alimenta, si sostiene attraverso la costruzione viziata di un equilibrio tra eccessi di forze contrapposte. Insomma uno stress!
Inoltre mi sono fatta persuasa che questo fenomeno è assolutamente contagioso… si estende con un preoccupante “effetto domino” a buona parte dei tangueri. Soprattutto in quelle serate in cui manca quel gruppetto di ballerini educati, "virtuosi", che riescono a tirare il tango verso l’alto, imposturizzando sanamente ballerini e ballerine, contagiando di fluidità antistress un po’ tutto l’àmbient.
Vi dirò… quando sento il braccio violento della tanda che affiora con tutte le sue turpi intenzioni, prima di abbandonarmi a reazioni primordiali o a sogni di amputazioni, tento una psyco-tangoterapia improvvisata: mollo il braccio disadattato, lo lascio solo, poi gli parlo, lo accarezzo, incitandolo alla rilassatezza, gli intimo di “ammollarsi”, di svenire, di addormentarsi, di sparire .
A quel punto (senza di lui e il suo accumulo di stress) si può anche fare un tanghettino quieto per ristabilire il giusto l’equilibrio con la parte chiusa dell’abbraccio e, solo allora, magari si può pensare di reintegrare armonicamente il braccio ammansito della tanda…
Almeno fino a quando Mister Hyde non si risveglia. ;-)