
Io seduto al computer alle quattro di mattina, non più di 9 ore di sonno in tre giorni, che ripenso che il jetleg sia causato dal rientro ritardato dell’anima, notoriamente più lenta di un airbus 2600. E, conoscendo almeno un po’ quella puttana pigra della mia, sono certo che nemmeno si è avviata e che ora è in qualche milonga a tirar tardi. O forse in una camera che non ho mai visto,in un quartiere che non so dove un paio di volte è volata seguendo un taxi che lasciava casa mia a Palermo (Beruti 3429, la Sicilia non c'entra).
Io quindici giorni prima in una mattina in cui ogni cosa sembra avere senso, che le parole vengano da sole, chiamate dalle cose, dai visi, dalle persone. Una mattina da taccuino in tasca. Non fa freddo e c’è gente dappertutto. Quasi quattrocento persone sospese per aria, che a pensarci hai i brividi, ma ti dici che in fondo è come stare in treno, e se ci pensi bene è solo questione di tempo; ma che se avessi viaggiato di notte tutto sarebbe andato meglio e avresti senz’altro dormito. Invece no.
Io undici giorni dopo che debutto come giornalista-interprete-fotografo al fianco del Presidente e le gambe mi tremano già appena entrato, e in un’ora di intervista devo tirare spesso il fiato dentro, profondo e regolare, ma quando Juanita e Beba ci guardano forti e serene negli occhi e con tutta la naturalezza del mondo, ci chiamano Hijos, il Presidente cala l’occhialone nero sul naso come una mannaia, io che l’occhialone non ce l’ho, semplicemente piango, così, senza preservativo.
Sei giorni prima, io alla Marshall che fisso una giapponese con gli occhialetti e l’aria mite e le faccio un cenno col capo e mi sorride e vado verso il suo tavolo e a metà strada mi si alza un argentino impomatato che mi guarda più fisso della giapponese e mi sorride più forte e io lo guardo, poi guardo con occhi di scusa la giapponese sorridente che non smette di sorridere e mi ballo col tipo una gran tanda di De Angelis. Poi penso che se mi avesse chiesto di seguire a me io mi sarei impicciato e avrei fatto una gran figura di merda. Come cazzo si farà a decidere chi cazzo fa la donna in questo cazzo di tangoqueer ?
Io undici giorni dopo, all’inizio di una notte in cui niente sembra più avere senso, che scarico valigie troppo pesanti aiutato da un tassista gentile e incontro gli occhi da cane bastonato del mio amico prima delle dueoretrequarti di fila che ci porteranno sospesi in aria per altre dodici ore, fino a Madrid. Penso che sono le 21 e che almeno stavolta si viaggia di notte, e che dopo quasi una settimana senza sonno, riusciremo certamente a dormire. Invece no. O quasi.
Io quindici giorni prima che abbraccio il presidente per le vie di Palermo e faccio una doccia rapida e poi via asado de tira e due bottiglie di Malbec di Mendoza e poi Canning come previsto e tanto Cuba, molto libre…
Io cinque giorni dopo, seduto a un bar de Las Cañitas che sorseggio un ron solo mentre due enormi fuoristrada scaricano quattordici bionde supercarrozzate appena diciottenni partorite dalla stessa catena di montaggio che pare che le mamme le abbiano sgravate in serie (facendo comunque un eccellente lavoro); tutte (poco) vestite uguali con hot pants di jeans e canottierina bianca, armate di stecche di lucky strike e zippo, tutte in fila x 3 (col resto di 2) ordinate e compatte verso il club di fianco per pubblicizzare sigarette. E io che penso, nell’ordine: 1. non ho mai fumato, e mi pare ora di cominciare; 2. la devo smettere di frequentare milongacce sfigate e sfigatissimi ballerini di tango. Techno’s the answer ! Poi chiamo il taxi e mi faccio portare al Beso.
Io e il Presidente una settimana più tardi a Plaza Dorrego che parliamo fitto con l’Indio che ci da i contatti per arrivare dalle Madri e a San Martin e ci parla della Colifata e della radio dei pazzi (los chicos del borde) e insiste che non vuole essere intervistato né citato, e quando mi giro un secondo vedo gli occhi di quasi tutte le donne puntati nella nostra direzione e nemmeno per un secondo mi illudo che non siano diretti verso l’Indio. E andando via penso che, pure se baila como el culo,l’Indio è davvero un grande !
Io sei giorni prima, in coda a Fiumicino penso che ho fame,che sono rimasto sveglio tutta la notte con l’intenzione di dormire in viaggio, che arriverò comunque distrutto, ma mi trascinerò lo stesso al Canning, che il rincoglionimento durerà almeno una settimana nella quale mi farò travolgere dall’iperattivismo del Presidente e soffrirò come un cane.
Io cinque giorni dopo seduto ancora al Canning chiuso in un pozzo profondo che non riesco a sopportare gli sguardi che piovono da altri tavoli, e fisso in basso le scarpe nuove e sento il cuoio ancora duro cedere docile quando fletto il piede e penso che saranno buone scarpe, zapatillos que bailan solos, poi mollo tutto e porto la mia sbronza a fare il giro dei bar di Villa Crespo.
Io sei giorni prima che guardo l’alba in coda, dai finestroni sporchi dell’aereoporto.
Io undici giorni dopo sul parquet del Beso a fine nottata, confuso e perso dopo un colpo dritto e nudo al cuore. Bello però !
Il mio amico ed io con Damian e suo padre sulla duna di famiglia, tre giorni prima, che tagliamo in due la Gran Buenos Aires e ci fermiamo a San Martin per incontrare le radici salde del sud. E per noi ci sono ancora sorrisi di donne, ancora madri che ci accolgono in casa. Madri tenaci di figli altrui perduti per strada o semplicemente appoggiati sul marciapiede in attesa di un ritorno. E mentre Susana parla del percorso di recupero della coscienza di sé che sta facendo un sedicenne colpevole di omicidio, del nuovo ordinamento giudiziario minorile che si è dato il paese, dell’uscita dalla crisi del 2001, penso che alma, animo e corazon sono tutte parole dal genere sbagliato, ché in questo paese si declinano al femminile, esattamente come fuerza.
Due giorni dopo il Presidente ed io seduti al Desnivel che mangiamo matambre e infrangiamo clamorosamente il record di due litri di vino in un'unica seduta. Più tardi alla Viruta il numero di bicchieri di fernet-cola scorre in sovrimpressione, un roba tipo il contacadaveri in Dal tramonto all’alba. Prima di appisolarmi cinque minuti su una sedia penso che l'astemio è un debole che cede alla tentazione di negarsi un piacere !
Dodici giorni prima, dopo aver attraversato l’ansia di mia madre e buona parte dell’Italia centrale in treno, io che recupero la macchina che il Presidente mi ha lasciato il giorno prima di partire e la parcheggio sotto casa di C. e salgo per un saluto del quale sono l’unico a sentire il bisogno. Poi mi accorgo che tra la Gabanelli e me non c’è partita e via di nuovo giù, a strozzare complessi più o meno d’abbandono e sensi più o meno di colpa con un bel kebab pieno di salsa all’aglio…l’ideale prima di ballare tango !
Tredici giorni dopo nel dormiveglia la voce di G. e tra pettirossi in caduta libera mi sembra di sentire qualcuno che canta: You told me again you preferred handsome men / but for me you would make an exception … ma mi accorgo che finalmente sto dormendo di sasso.
Dodici giorni prima, io che parcheggio la macchina del Presidente sotto casa del Presidente e tirandomi la valigia su per via Giolitti, comincio l’inventario mentale del contenuto, scegliendo strategicamente il momento nel quale non posso più tornare indietro x riparare ad eventuali dimenticanze. E infatti la prima bestemmia dopo la mezzanotte è dedicata alle dodici paia di calze rimaste nel cassetto.
Due giorni dopo, nella pista piccola del Porteño y bailarin, io che ballo con una ragazza fatta di burro e nell’emozione mi pare di non riconoscere la versione voce e chitarra di Percal che stanno suonando e resto come un pirla quando lei mi dice che nell’altra sala c’è Podestà che canta dal vivo. Così mi viene in mente una scena truce con un vecchio zombie-cantor che, finito il pezzo, fa colazione con il chitarrista (addentandolo), ma tengo la bocca serrata e non mi lascio scappare che ero assolutamente convinto che il mio cantante di tango preferito fosse morto da anni !
Adesso, io seduto qui alle sette del mattino, “l’angosssia e un po’ di vino, voglia di bestemmiare”
Roma, 13.12.2007 - ore 6:57 a.m.
Il mio amico psichiatra dice: capisci? Capisci quello che intendevo dire quando ti dicevo che il tango non è un ballo come gli altri? Che è come una pratica zen, richiede un controllo corporeo totale, l’assoluta attenzione sul centro. Capisci? Il tango è un ballo in cui devi usare il diaframma.
Allora vado in farmacia e compro ‘sto benedetto diaframma. Inserire quattro ore prima e togliere quattro ore dopo.
E poi mi chiedo: ma se uno va a ballare all’improvviso, senza adeguata preparazione?
Vabbé, correremo il rischio, pazienza.
Poi parlo con la tizia che dà lezioni di tecnica e mi dice: vedi, la cosa importante è concentrarsi sulle possibilità che derivano dal perno. Facendo perno su di te puoi permetterti di tutto. Perché per il tango occorre la spirale.
Allora torno in farmacia e dico: scusi, dottoressa, volevo anche una spirale.
Ma come, signora, ieri ha preso il diaframma.
Lo so, lo so, ma non basta. Ci vogliono entrambi.
La farmacista è perplessa, vorrebbe aggiungere qualcosa, ma non si azzarda.
Con diaframma e spirale dovrei essere a posto. Almeno spero.
Invece poi incontro un amico che all’improvviso se ne esce con un’ulteriore informazione: per non entrare in concorrenza con gli altri locali, ho deciso che organizzerò la nostra serata tanghèra una volta al mese.
Anto’, una volta al mese? Solo una volta al mese?
Sì, perché?
No, niente: pensavo al fatto della spirale e del diaframma.
Che cosa?
No, no, niente. Un fatto mio. E come mai questa decisione?
Così. E’ che le cose non devono essere inflazionate. Sennò la gente poi si stufa. Invece noi ci organizziamo ogni 28, 30 giorni, di modo che ogni volta creiamo l'aspettativa, il desiderio, facciamo una sorpresa. Un intervento preservativo, più o meno.
Preservativo?
Sì.
Torno in farmacia.
La farmacista è sempre più perplessa: signora, posso permettermi?
Dica, dica pure.
Ma non è che sta esagerando? Perché non prova una contraccezione differente? Ha mai pensato di prendere la pillola?
La pillola? Dottoressa, forse non ci siamo capite: non è per il controllo delle nascite. E’ per via del tango, mi serve per il tango.
Ah. Per il tango? Ho capito. Sì, sì, il tango.
Sì, dottoressa, per il tango. Il tango, il tango, quel fatto là, quello dell’espressione verticale di un desiderio orizzontale.
Sì, ho capito. Per caso le serve pure un poco di Viagra?
No, no, grazie, quello già ce l’ho.
E’ che la gente si fa idee strane, pensa sempre a una cosa. Malati.
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Brian Weeks, The Two Inch Tango (The Viagra Song)