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giovedì, 28 febbraio 2008
 

Tango s...cansion

Dai...eccomi qui anch'io! Eh jajaja Farola...ci sono riuscita mi sa

In effetti scriverò di una cosa che avverto già da qualche mesetto...ma zia Farola mi chiede di buttarmi nel post ed io...mi apposto!! (sempre meglio che supp-...AHAHAH!).

Premetto: ho dato spagnolo 1 da pulzellissima ed, in fase successiva, lo scritto 2  in condizione di gravida della nana, ne consegue una mediocre e mooolto self-preparazione sulla lingua ispanica; però quelle ormai rare (ahimè) volte in cui ho un pò di tempo da cazzeggio, mi diletto nel tradurre (essì, mi rilassa, che ce posso fà) i testi dei tanghini miei preferiti, ovviamente con annessa e connessa anima cantante.

E, dopo l'aver oggettivamente compreso, sommariamente talvolta,  di cosa racconta, sogna, evoca (e tante altre cose, lo sapete meglio di me) un determinato tango, epproprio dal momento istisso medesimo in cui mi catamino del significato oggettivo della poesia che si trova tra quelle note, lo stesso tango diventa, quasi come per magia, ancora più mio.

Lo sento di più, mi calo (eheheh, veramente soprattutto mi Calò), mi intercalo, sublimo, mi emoziono al cubo, nsomma...vedo le storie in faccia, sento l'odore acre e ombroso di "fumar es un placer genial senual", mi vengono i brividi ed immagino come sarebbe il viso, quasi plumbeo, di colei che "canta el tango como ninguna", avverto la quiete dopo la tempesta che la persona amata può provocare su "pero al fin bajàras la voz y ataràs tu ansiedad de distancias"...

E a voi, milongueanti rotewebbanti, succede o sono un caso clone? Evvai con la ronda!!

 

Il tango del gatto nero

Sì, ho detto che non posterò mai più, ma è in moda cambiare l'opinione ;)
Saluto particolarmente aghataa e ciuffo: miaaau!







martedì, 26 febbraio 2008
 

Fragmentos de una realidad furtiva

Con Ricardo (ma Ricardo è solo un nome d’arte, in realtà si chiama Gennaro e fa il custode in un’azienda che produce componenti ferroviari) passano intere serate al banco del Milongòn (in realtà il Milongòn di giorno si chiama Circolo ricreativo e non ha insegne né nomi, ma la notte qualcosa lo trasforma, per un’oretta si abbassa la saracinesca, si spostano oggetti, si appendono tende, quadri, si accendono candele, si piazza all’ingresso una palina con scritto: Bienvenidos al Milongòn).

All’inizio si raccontavano cose, tra un rhum e l’altro (in realtà il raccontarsi è un eufemismo per frasi brevi, talvolta solo monosillabi, sovrastate dalla musica, parole che non portano a niente), e a lei, la Comadrita (è solo un nome fittizio, poiché si chiama Mirella e insegna ai bambini delle scuole elementari, poi corre a casa ad aiutare il padre infermo e di sera, ma solo a volte, racconta di avere un servizio di volontariato. Allora passa da un’amica, una che pure un poco la giudica e indossa questi abiti fatti di invisibili – tanto quanto economiche - trame di peccato) sembrava che il mondo intero si disfacesse, lasciando intatto solo lo spazio degli sgabelli, del bancone e l’aria sottile mossa dai loro respiri.

Poi Ricardo ha improvvisamente smesso di venire al Milongòn (e qui non c’è un altro lato della realtà, è proprio così che stanno le cose) e la Comadrita ha trascorso intere serate nel bar, senza rivolgere la parola a nessuno (in realtà è un posto in cui la gente non parla, preferisce muovere i corpi secondo schemi ordinati che preludono a un seguito. E’ un posto in cui la gente non ha interesse a tenere conversazioni, a instaurare legami, è una sorta di luogo di smistamento tra un prima e un poi molto convenzionali, definitivamente scontati).

La Comadrita aveva un intero guardaroba da fargli sfilare sotto gli occhi e le mani (in realtà questa è semplicemente una fantasia che non osa confessare nemmeno a se stessa, ha solo comprato alcune paia di calze a rete, vergognandosene, in un negozio lontano dal suo quartiere, specificando a mezza voce che le servivano per ballare il tango, lei che non ha mai mosso un passo in vita sua) e sbircia continuamente l’ingresso del bar per vedere il suo volto affacciarsi e la sua mano sollevarsi in segno di saluto (in realtà le cose non sono mai andate così, lui sedeva al bancone da molto prima che lei arrivasse, con una serie di bicchierini davanti e lei gli si avvicinava, restando a lungo in silenzio per timore di non sapere cosa dire).

Ma la Comadrita non ha tempo per l’attesa e una sera la senti dire, sprezzante: Ricardo? Quien es Ricardo? Lo que se sentaba aquì, con olor a perfume barato y mirada vacìa?  (la verità è che Mirella vorrebbe chiedere in giro che fine ha fatto Gennaro, se per caso esiste un posto, un modo per incontrarlo, un numero di telefono, un qualsiasi, esile, filo di speranza che alimenti queste serate di noia e attesa insensata e che comunque sono meglio della televisione, da sola, mentre il padre respira affannato nell’altra stanza e l’enfisema si dilata e riempie le stanze).

Poi si alza e attorciglia la coscia a quella dell’uomo che la guarda con insistenza da mesi, appoggiato al pilastro. Uno sguardo intenso, e vanno via insieme in questa notte che odora di lussuria (in realtà l’uomo appoggiato al pilastro le fa segno con la mano che il Milongòn sta per chiudere, devono fare pulizie e se si fa troppo tardi l’odore della creolina resterà fino al mattino dopo. Mirella si offre di dargli una mano, a patto che lui non si offra di accompagnarla a casa, che in questo paese di merda lei ci ha una reputazione.)


(già pubblicato all'osteria di Amalia)



lunedì, 25 febbraio 2008
 

Tango della pozzanghera



corto di Biljana Lipic
postato da farolit | 03:22 | commenti (9)
libertàngo, cinetango


martedì, 19 febbraio 2008
 

Cronistoria di un viaggio tanguero.

A Barcellona si cammina tanto notte e giorno con addosso solo un maglione di lana lungo, tanto fa una caldo confortante. Si balla in milonghe dove la musica e´ a volte very traditional, a volte un po' bizzarra, tanto più pugliese e colortango, ma i ballerini sembrano usciti da un pensiero tanghico. Livello ottimo, inviti no stop. Adorabili e gentili.
C'è la prima notte, che è solo di prova, dalla seconda è tutta discesa. Quasi rischio di schiantarmi per la velocità, notte di aftertango fino all'alba, con un argentino che sembra uscito dal film di Sally Potter. Lui non si chiama Pablo, ma Camino - fin più teatrale, e mica solo nel nome. Di Veròn ha i riccioli scuri lunghi, il modo in cui lo vedo ballare, e il modo in cui mi fa perdere ogni briciola di ragione in una tretande che per fermarci da quel saliscendi di velocità e lentezza ci siamo dovuti strappare via. "A un cierto punto tienes que parar" .

 Tremendo pasional e ubriachello (ma parla chi era sobria...) i passi non saran stati tutti giusti e avremo pure rischiato di inciampare, ma se dobbiamo parlare di tango, quell'uomo ci cammina dentro in un 'abrazo' da colpo apoplettico. "Sei una che bisogna esser capaci di contenere" mi dice.
Mi dice anche che di ballare così gli è capitato rare volte nella vita, che un'energia come la mia è difficile da incontrare. 
Il connubio "argentino-marpionissimo-tanguero" mi fa balenare subito la parola "stonzata" nel cervello, ma mi fa anche accettare con un sorriso perfetto il suo indirizzo e-mail. Si Gerry, accendo e confermo, tanto l'assegno da 16 mila euro già ce l'ho ;)
La penultima milonga invece incontro un veneziano scrittore scopro diciannovenne, che mi molesta con citazioni opulente e particolari troppo intimi, e frasi inopportune. Poco prima di abbandonare (grazie a dio) il contesto tanguero, mi rivela che stava cercando un argentino, per tirargli un pugno in faccia. Questioni di gelosia.

Mi chiede: "Hai mica  conosciuto un certo Camino?" "No, mi dispiace, non l'ho mai visto" :D
Ma è solo nell'ultima milonga che finalmente ballo con LUI. Lui che è stato per giorni il muro di gomma delle mie imbarazzatissime 'miradas', lui nelle cui braccia ho sognato di rannicchiarmi e sentirmi una bambina. Lui che sorride tanto che quasi ride mentre balla. - Ride - .
Lui che avrà 100 chili e soffre molto il caldo, ma ti fa dimenticare da questo fino al tuo nome quando ti porta via con lui. Già perchè portare non è abbastanza per descrivere ciò che fa. E ciò che fai tu non capisci nemmeno come lo fai, eppure accade - con una fluidità di movimenti che fino a un attimo prima anche sognare era troppo.
Antonio, Tony - il Chicho Frumboli ispanico - prima mi apre la porta appena finito di fumare un cigarrillo, poi dopo qualche tanda mi invita ed è più imbarazzato di me. Più gentile di chiunque abbia mai diviso il mio tango, mi abbraccia sapientemente e dolce come zucchero filato, ironicamente, con una passione eterea senza erotismo ingombrante, dei passi lunghi distesi stiracchiati nella loro morbidezza, e mi regala le due tande migliori. Mi dice spesso "muy bien", sorride contento e alla fine mi saluta emozionato e torna dai suoi amici a raccontare di com'è stato ballare con l' "italiana".

E le mani invitano, mi cercano, aprono porte, portano pesanti valigie senza possibilità di discussioni. Io che voglio fare il maschiaccio indipendente che non ha bisogno di nessuno, alla fine mi immergo guardinga e all'erta in un ruolo che mi piace. Mi lamento, sbuffo, ne dico di tutti i colori. Ma anche sorrido - mai troppo a lungo e spesso di nascosto, cedo - solo qualcosa, mi faccio portare - anche se alla fine decido sempre io.

Torno a casa troppo presto, con esigue ore di sonno sulle spalle, spandendo polvere tangomagica tutto intorno. Per un po' sembra funzionare, anche i ballerini mediocri di qui con cui non mi emoziono più di tanto sembrano tangueri veri... ma dopo un mese circa mi accorgo che ero io ad avere ancora tutte quelle emozioni addosso, come un vestito che sta troppo bene per poterlo togliere, mi accorgo di essere tornata, e vado di nuovo a cercare il tango dove so di poterlo trovare.

 

Lezioni di tango per giovani samurai. Sottotitolo: scene da un matrimonio

Ti siedi, dice la maestra, ti siedi. Continui a sederti, a mollare, a cedere nella gamba.

Tu che sei così leggera dovresti solo crescere, allungarti. Spingere verso l’alto, tenerti dritta sulla tua schiena, e spingere verso il basso e dietro, allungare, allungare ancora, tenderti. Lascia  il tacco a terra, non voglio dire allungarsi in quel modo, sulle punte. E’ un allungo teso ma affondato nel terreno, un’estensione stabile. Non separarti dalla radice. Tu e il tuo asse, da soli, senza bisogno di appoggiarti a niente, a nessuno. Non così, non così. Mantieni il controllo degli addominali, non deve esserci niente che possa farti cedere. Nel momento in cui lui ti sbilancia e ti porta fuori asse, fuori dal tuo centro, ecco, quello è il momento in cui devi farti forza;  serviti di lui, usalo, usa la sua spalla come una leva per rialzarti e non mollare. Nel momento in cui l’impressione che hai è che lui voglia farti cadere, fingi di cadere, ma solo con la sinistra. La destra resta tua, solida, piantata. Disegna, con la sinistra, disegna il cerchio del tuo spazio, marcalo, delinealo. Seguilo, ma mantieni la distanza. La caduta è un’illusione, un artificio, un falso cedimento. Quando lui ti riconcede il centro, l’asse, quando lui ti riconduce a casa tu lo assecondi, ma in realtà già ci sei, ci sei sempre stata.

E tu, dice a lui, bloccala nelle reni. Non permetterle di sedersi. Nel momento in cui la attiri a te apriti leggermente verso destra: lascia che trovi il punto esatto per abbandonarsi a te e seguirti senza doversi affrettare. Girale intorno, tienila sospesa. Sospesa e tesa. Tesa e cedevole. Lascia che si fidi. Se non si fida non ti seguirà. Se non si fida non verrà.