
Lo so, quando si balla si oscilla tra una perfetta dimenticanza e un’angosciante consapevolezza di tutto quello che non va, o chissà come sta andando e che dio ci aiuti: i piedi, la postura, il braccio destro, il braccio sinistro, il pavimento, l’energia – che invece di fluire come una colonna verticale la senti piuttosto come un budino orizzontale – la scollatura, il menisco, il controvoleo che controvuole, il traffico, le sacade altrui che entrano nell’abbraccio mio eccetera.
Ma c’è una cosa che, al momento, mi chiedo con maggiore assillo. No, non è se sia il caso di continuare col tango. Quello non me lo sono mai chiesto, e se capitasse saprei cosa fare: andare a una milonga. Non so a voi, ma ogni volta che sento, dal marciapiede, dalle scale, dall’androne, venirmi incontro le note d’un tango mi sento accolta, chiamata, voluta come quasi niente e forse nessuno m’ha mai voluta.
Insomma, il mio problema è tutto di testa.
Sempre più spesso mi trovo a chiedermi: devo mettere la testa a posto? E qual è, di grazia, il posto? Lo so, nella vita non l’ho mai saputo, e ringrazio gli dei per quest’ignoranza, ma forse ora sarebbe il caso di saperlo.
Da quando ho cominciato (col tango, non con la vita), tra le decine di sottili differenze tecniche c’è sempre stata anche questa: c’è chi consiglia la postura più naturale, la testa dritta, guardando avanti (che poi è l’indietro della coppia, nel tango rovesciato e retroverso delle donne), variamente appoggiata al ballerino (e qui c’è il problema delle… misure: c’è chi ce l’ha più lungo, il ballerino, e chi no, e non è necessariamente un male)(come si dice: la tecnica è più importante delle misure…). C’è chi, invece, prescrive la testa voltata verso destra, in intimità assai più stretta, non tanto per il guancia-a-guancia (che può non capitare, sempre per quella bazzecola delle misure) quanto per la qualità del contatto e l’attenzione a ciò che accade dentro l’abbraccio, alla bolla di spazio della coppia.
Ho sempre, istintivamente, preferito la prima soluzione. Nel mio infinito principiantato sono sempre avanzata all’indietro – come il tango prescrive alle donne – a occhi spalancatamente chiusi (eyes wide shut), proprio per cercare l’intimità e l’adesione più assoluti all’altro, alla musica, alle sfumature del peso e dell’abbraccio. Era, è, anche quello, un esercizio di fiducia (che è metà del tango, o forse pure tre quarti).
M’accorgo, però, da qualche tempo, di tentare sempre più spesso l’altra postura. A volte per frammenti, secondo il ballerino (ce ne sono di molto ergonomici, per me, e di pochissimo, come per tutti, ma non credo che l’ergonomia esaurisca la faccenda), secondo la musica, secondo non so cosa di quelle cose impalpabili che accadono nell’abbraccio e nel tango.
Non credo d’aver mai fatto un tango intero con il testa girata a destra, ma mi accade sempre più spesso di voltarmi, e – m’accorgo - è come se cercassi un diverso modo d’aderire all’altro e al tango, guardando (sì, perché quando faccio così non tengo mai gli occhi chiusi) quella porzione di spazio nostro che mi piace immensamente, che è come una finestra ulteriore sulle intenzioni dell’altro, sulla bellezza di specchio dell’unione delle mani, sulla ronda, il movimento planetario che a volte, sprofondata nel buio vellutato dell’abbraccio, m’arriva molto più fioco e nebuloso.
Inoltre, quando capita, è emozionante anche il contatto con il volto dell’altro, un contatto che alla me stessa delle scarpette cuccarine e degli adornos vorrei-ma-non-posso, la me stessa di un anno fa, sembrava addirittura scabroso. Gli sguardi, l’aliento, la sensazione di stare andando davvero nello stesso posto, ma con un diverso orgullo seguidor: è una cosa preziosa.
Anche se poi so sempre che tornerò a guardare sulla sua spalla, mi ritirerò nel mio buio, sia pure per cercare ancora l’altro, perché una parte dell’abbraccio è in ombra, accade sempre dentro e non puoi cercarlo che dentro (the dark side of abbraccio).
Non so se questo mi accade perché il mio tango sta evolvendo, pur lentamente e poco nutrito com’è di lezioni (sì, soffre d’inedia didattica: le lezioni coincidono, tutte, col mio lavoro, e sono diventata un’apprendista randagia, una raccattatrice di tecnica, una questuante da milonga), o, piuttosto – com’è rischio per tutti – sta involvendo, si sta ingabbiando da solo nelle sue irresolutezze.
Volver o involver? Non so. Nel dubbio, per ora porgo l’altra guancia, e persino con una certa gioia.
Voi che ne dite? Dove ce l'avete, la testa?
(ovviamente, non posso che postarci sotto "Por una cabeza", ma interpretato da me, sotto le spoglie di Arnold)(e non è questione di misure, insisto).




